Sempre da qua.

Interrogazione: Francia e Germania

 di Alberto Bagnai

(…che fa rima con Melensone, e forse pure con te…)

(…da Roissy, tornando finalmente a casa…)

Il professore cattivo vi ha mortificato perché ha un caratteraccio? Cose che capitano. Vi viene offerta una opportunità di riscatto. Adesso farò vedere anche a voi (perché anche? Perché fatevi i fatti vostri!) un paio di disegnini, dove il massimo che farò sarà darvi la definizione delle variabili.

La storia la racconterete voi. Compito a casa, naturalmente: siete quasi 4000, e interrogarvi assicurandomi che non sbirciate nei fogliettini mi costerebbe un po’ troppo…

Disegnino uno: recessioni americane e disoccupazione francese e tedesca

Sono dati annuali, le barre indicano il tasso di variazione del PIL statunitense, la linea arancione il tasso di disoccupazione francese, quella grigia il tasso di disoccupazione tedesco.

Tasso di cambio reale bilaterale franco-tedesco

Per le barre, vedi sopra. Per il tasso reale bilaterale, l’ho approssimato come rapporto fra i tassi di cambio effettivi reali della Francia e della Germania. Se volete ne parliamo, ma il senso è che la variabile misura, come dovreste sapere, il prezzo relativo dei beni francesi in termini di beni tedeschi (vi ricordate dove ho spiegato il tasso di cambio reale? Ce l’avete Gooooooooooooogle? E allora siete a posto…

Tasso di cambio reale franco tedesco e scarto fra i tassi di disoccupazione di Francia e Germania

Qui la linea arancione corrisponde a quella gialla del grafico precedente (è il cambio reale bilaterale franco tedesco), cosa che molti di voi avranno visto a colpo d’occhio, ma attenzione: cambia il significato delle barre, che non sono più il tasso di crescita del Pil americano, ma la differenza fra il tasso di disoccupazione francese e quello tedesco (cioè lo scarto fra le linee arancione e grigia del primo grafico).

…e la morale è?
Ah, io non lo so, me lo dovete dire voi. Melensone è assente giustificato, passa il giorno a leggere le lettere anonime che gli arrivano da Vichy o da Casal Bertone. Valerio, per favore non fare il secchione (neanche sotto falso nome, tanto ti tano) perché non è il caso! Gli altri si sentano liberi di esprimersi: tanto, dopo quello che vi ho detto ieri, oggi la strada è tutta in discesa… cioè in salita!

(…sentite: io vi voglio bene e si capisce. Non si capisce perché, ma non è importante. Quello che mi dà molto fastidio non è la lieve dissonanza cognitiva che alcuni di voi dimostrano e confessano – casi di scuola: Nat e Antonello – quando si tratta di spiegare perché hanno capito. E chi se ne frega! Il problema è che però, una volta capito, ci si dovrebbe regolare di conseguenza. La prima cosa che vi esorterei a fare, se potessi pensare di essere ascoltato e quindi capito, è evitare di farvi ventilatori di tanta roba che c’è in giro. Chiedere a me, a un professionista, di confutare per vostro conto le tesi di un dilettante è una mancanza di rispetto. Ai dilettanti pensateci voi, anzi, no… non pensateci! Se in qualche modo, in qualsiasi modo – valutandone l’insussistenza dei titoli scientifici, rilevandone l’incoerenza delle argomentazioni, constatandone la piccineria – vi siete accorti che una persona è inaffidabile, mi volete spiegare qual è la porca rogna che vi porta a regalargli contatti e attenzione? Li trovate divertenti? A me i film dove la gente inciampa e cade nella fontana non fanno ridere. Questa comicità triste, che ci è stata tramandata da un periodo triste – la grande crisi del XX secolo – a me non fa ridere. Su questo temo che non ci incontreremo mai. Quindi scrivermi per chiedermi di confutare il simpatico e certamente dotato sarto di provincia che il 12 aprile 2013 mi chiamava per spiegarmi che le aziende del suo distretto avevano uno scarto di competitività di prezzo del 10% con il prodotto cinese di analoga qualità, e che sarebbe bastato tanto poco per mettere le cose a porto, e che la rigidità dell’euro era una iattura, e mi tampinava per avermi nel suo simpatico distretto industriale a convincere quelli che lui non riusciva a convincere, mentre oggi che l’euro gli ha risolto il problema crollando di quasi il 40%, improvvisamente, è diventato proeuro, abile e arruolato nell’armata Brancaleone… Ma devo occuparmene io? Siete proprio sicuri? La storia di cosa fa l’euro in termini economici è nei tre disegnini che precedono. Quella di cosa fa l’euro in termini umani è nell’aneddoto che vi ho regalato – io conservo tutto. Ma sappiamo tutti che il problema non è questo. Il problema è politico. Il problema è che un burocrate non eletto può mettere in ginocchio un paese come la Grecia, o può ingiungere – magari senza riuscirci, dati i diversi rapporti di forza – a un paese come l’Italia di abolire le province, la cui utilità diventa improvvisamente evidente quando arrivano due metri di neve, e alle strade provinciali non ci pensa nessuno, o può decidere che il tasso di cambio deve scendere per tenere i cocci insieme, anche a costo di mandare il tasso di interesse a livelli tali da portare persone non esattamente tolleranti al potere – il legame fra tasso di interesse basso e destra al potere è spiegato qui e comunque ne abbiamo parlato, e via discorrendo. Questi sono i problemi che l’euro crea. Che il simpatico Melensone non voglia capirli, o che il brillante operatore tessile di provincia voglia accantonarli ora che riesce a stare a galla – talento in alcuni naturale – lo posso anche capire. Che voi non facciate, nel dibattito, l’unica operazione salutare e corretta, che è quella di riportarlo nei suoi giusti termini – quelli politici – ecco, questa cosa mi dà un po’ più ai nervi, e anche a quel che resta dei corpi cavernosi, ma tant’è: né io né voi scriveremo né orienteremo la storia. Però non avvicinate alle mie auguste narici ecc. ecc. mai. Grazie. E ora al lavoro: avete da scrivere la storia che i tre grafici eloquentemente raccontano. Io mi imbarco, non ho tempo di rileggere: fate voi anche questo…).

Interesanti i commenti/risposte:

Prima recessione: arriva lo shock esterno dagli Usa, che si scarica sui tassi di cambio. Il franco si svaluta rispetto al marco (le due monete riflettono i fondamentali dei due paesi). Lo scarto tra la disoccupazione francese e quella tedesca si riduce, ma entrambe hanno lo stesso trend (positivo). L’andamento crescente della disoccupazione è conseguente ad una carenza di domanda estera (gli Usa sono la vera “locomotiva”).

Seconda recessione: segue le stesse dinamiche della prima, con la differenza che ora i cambi sono fissi. Il franco non si può svalutare sul marco. Infatti il tasso di cambio reale rimane pressoché costante. L’economia francese perde competitività (ha una moneta sopravvalutata), di conseguenza accumula deficit commerciali sempre più ampi e la disoccupazione aumenta. Di converso, la moneta che per la francia è sopravvalutata, per la Germania è sottovalutata, di conseuguenza questa accumula surplus sempre più grossi e la disoccupazione diminuisce. La Germania non è una locomotiva: il suo mercantilismo, unito alla moneta unica, costringe, per aggiustare il cambio, ad una dolorosa svalutazione interna (da cui deriva la Loi Travail). La svalutazione interna è dolorosa, genera malessere e dissenso verso i media che continuano a raccontare una realtà che non esiste. E i voti alla Le Pen aumentano.

Concordo con Luca. Il commento di Salvatore è il migliore. 27 e lode. Il bacio lo diamo a Emma: è troppo anziana per leggere, ma questo è irrilevante. Il problema infatti è dei giovani, cui è stato tramandato da quelli che “io leggo tutti i giornali così mi formo un’opinione”. Quindi, Emma, ego te absolvo. Però qui PRIMA si legge, e POI si domanda.

Dopo l’introduzione dell’euro la Francia non ha potuto scaricare sul cambio lo shock esterno proveniente dall’America, in questo modo il tasso di disoccupazione è aumentato solo in Francia a causa del cambio nominale che è rimasto fisso.

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Direi che nei commenti precedenti sia presente un bel pezzo della morale: la Francia non può permettersi l’euro perché per mantenersi ‘competitiva’ (vedi cambio bilaterale) ha pagato, e sta pagando, un conto salato in termini di occupazione, non potendo svalutare come poteva prima dell’euro..Qui poi non compare un ulteriore costo tampone, quello in spesa pubblica (vedi il regolare deficit pubblico francese degli ultimi anni). A questo punto la morale è semplice: vista l’attuale instabilità a livello sociale, come potrà reagire la Francia al prossimo shock in arrivo dagli USA (ergo la prossima barretta blu in negativo?)..La risposta è nel primo libro del prof.

Bravo Fabio. 29. Il mio voto preferito (sono l’unico sufficientemente stronzo da metterlo)…

Rispondo senza copiare.

Qui abbiamo:
– uno shock esogeno (recessione USA)
– l’andamento del cambio reale (cambio nominale + inflazione)
– l’andamento della disoccupazione.

Cosa succede:
– nel ’91: shock esogeno e la disoccupazione differenziale rimane abbastanza costante a scapito di un grossa variazione del cambio reale.
– nel 2008: shock esogeno la disoccupazione differenziale diverge a fronte di una sostanziale stabilità del cambio reale.

Se lo stesso sistema evolve in due modi opposti a fronte di uno stesso stimolo vuol dire che qualcosa è cambiato.

Ipotizzo che il colpevole vada a ricercarsi nel cambio nominale bilaterale tra FRF e DEM: sufficientemente variabile negli anni 90 e completamente fisso nel 2008 (EURO).
Questo spiegherebbe che
– lo shock del ’91 ha colpito in modo differente FRA e GER (in quanto economie differenti) e quindi è stato assorbito in modo differente, dato che le due valute erano sufficientemente slegate tra loro hanno potuto assorbire indipendentemente lo shock rivalutandosi in modo differente (per la parità dei poteri di acquisto);
– anche lo shock del 2008 ha colpito in modo differente FRA e GER (sempre in quanto economie differenti), ma avendo tra di loro un cambio nominale fisso (EURO) hanno dovuto rispondere all’USD nello stesso modo trasferendo lo shock alle altre variabili: l’altra componente del cambio reale (l’inflazione) aveva meno margine di assorbimento e pertanto lo shock si è trasferito in gran parte sui lavoratori determinando una divergenza dei tassi di disoccupazione.

Se corretto quanto ho scritto, il cambio fisso (EURO) ha spostato la concorrenza dalla valuta al lavoro, come peraltro ampiamente previsto.

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